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LUG
2016

Clima, energia, Europa: cosa cambia con la Brexit?

La Brexit non apflag-1198978_1920porterà cambiamenti solo sul piano politico-economico ma anche su tanti altri, tra cui quello energetico-climatico. È lecito quindi domandarsi quali saranno le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea su questo versante. A livello europeo le spinte più liberiste, contrarie alla definizione di target impegnativi, perdono forza, ma si potranno avere dei ritardi nelle decisioni. L’analisi di Gianni Silvestrini.

Cosa cambierà sul versante energetico e climatico con la probabile uscita del Regno Unito dalla UE? Per capirlo vanno evidenziati alcuni aspetti della contradditoria politica britannica.

Partiamo dalle scelte che pongono il paese all’avanguardia. Negli UK, che già nel 2008 avevano definito uno scenario di decarbonizzazione al 2050, sono previste verifiche quinquennali dei risultati: un percorso che altri paesi, a partire dal nostro, dovrebbero seguire. L’ultima decisione è stata quella di eliminare il carbone dalla generazione elettrica entro il 2025.

Ufficialmente, si teorizza il raggiungimento degli obiettivi climatici secondo un’impostazione liberistica basata sulla neutralità tecnologica, cara anche alla nostra Confindustria. Così, nella trattativa europea sul 2030, gli inglesi pur disponibili a considerare riduzioni dei gas climalteranti anche più elevate del 40%, si dichiararono contrari alla definizione di target per le rinnovabili e l’efficienza energetica.

Una posizione legata alla scelta di puntare sul nucleare e sul sequestro della CO2, soluzioni entrambe fortemente sussidiate, alla faccia della teorizzazione della neutralità tecnologica.

La scelta nucleare è considerata strategica dagli UK, che possiedono anche un arsenale atomico militare, tanto che si parla non solo di rinnovare gli impianti vecchi, ma di passare da 10 a 16 GW con investimenti che supererebbero i 60 miliardi di sterline. Anche per questo è stata introdotta una carbon tax di 25 $/t che si somma ai 5 €/t  dell’ETS.

Emblematico il caso della costruzione della centrale atomica di Hinkley Point per la quale il governo si è impegnato a garantire a EDF un prezzo per l’elettricità prodotta doppio rispetto a quello di mercato, tanto da indurre la UE ad aprire un’inchiesta per valutare possibili “aiuti di Stato”.

Malgrado il rischio di infrazione sia scomparso con la Brexit, non è detto che l’operazione si concluda, visto che la compagnia francese continua a rimandare la firma del contratto per il timore che si ripeta un insuccesso come quelli di Olkiluoto e Flammanville che metterebbe in ginocchio l’azienda (una decisione è attesa entro fine settimana, ndr).

Per quanto riguarda invece la cattura di CO2 i rischi sono risultati tanto elevati che già lo scorso anno il governo aveva rinunciato ad un finanziamento europeo di 1 miliardo €.

Se per il nucleare gli inglesi sono disposti a pagare prezzi elevati, nel caso dellerinnovabili sta passando una logica di mercato con un drastico taglio degli incentivi. Così questo comparto, che pure era cresciuto rapidamente passando dal 19% al 24% della generazione elettrica nel biennio 2014-15 con i 10 GW raggiunti dal solare e i 14 GW dall’eolico, si sta progressivamente bloccando.

Negli ultimi mesi si è registrato un crollo delle installazioni fotovoltaicheaccompagnato da un dimezzamento degli occupati. Grande preoccupazione, inoltre, anche per l’eliminazione dei sussidi per i parchi eolici in terraferma, mentre proseguono le incentivazioni per le installazioni off-shore.

Il governo ha invece spinto molto sul fracking a fronte del calo della produzione interna di gas e petrolio, senza ottenere finora alcun risultato, anche per la forte opposizione incontrata.

Se uno scettico del clima come Boris Johnson diventasse premier alle prossime elezioni, l’attenzione sulle politiche di riduzione delle emissioni inevitabilmente calerebbe.

A livello europeo le spinte più liberiste, contrarie alla definizione di targets impegnativi su rinnovabili ed efficienza, perdono forza dopo il referendum, ma si potranno avere dei ritardi nelle decisioni europee di innalzamento.

Insomma, la Brexit apre molti punti interrogativi sia a livello interno che sullo scenario europeo.

Estratto dall’editoriale, dal titolo “Energia in bilico”, del n.3/2016 della rivista bimestrale QualEnergia.




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